Una ricetta musicale esotica e biodiversa
Tempo fa divenni consapevole che la musica senza profonde radici etniche diventa facile preda degli ascensori dell’Hotel Hilton, dei supermercati Esselunga, o della suoneria di qualche azienda telefonica…così iniziai a curiosare tra i riti e le invocazioni di antiche tradizioni precristiane, lungi dagli arzigogoli polifonici che allontanano l’ascoltatore dalla matrice del suono selvaggio, primordiale, intuitivo, driblando il trabocchetto del dover per forza spiegare tramite il testo di una canzone ciò che passa nella capoccia dell’autore.
Il suono non deve spiegare proprio nulla, semmai può «guarire» se il cantante è consapevole di possedere una voce capace di evocare l’elemento primordiale che vive dentro di noi.
Che tristezza vedere soccombere l’intuizione e i lazzi di Arlecchino e Pantalone e la genialità istintiva della commedia dell’arte devastata dalla prosa e dalla logica di un Goldoni.
In quanto ai talentuosi maestri di musica in India, così precisi, tecnici e colmi di carisma spirituale, vorrei far loro capire che con le mie composizioni non intendo stravolgere la loro cultura e tradizioni, ma che il pathos geopolitico attuale richiede un amalgama armonico tra Oriente ed Occidente, visto che presto avremo un mondo multipolare.
Dunque non più un pittore che dipinge solo in rosso o in nero, ma che utilizza i colori che ha a disposizione…la musica di fusione ha lo scopo di rendere più confortevole l’ascolto ad un pubblico non abituato ai «raga» o alla ritmica complessa della musica carnatica del sud dell’India e all’uso del Sitar o delle Tablas.
Allora fratelli, non più un pensiero unico musicale a trazione anglo-americana, ma una ricetta musicale esotica e biodiversa.